The Bear, non una semplice serie comedy

Copertina The Bear

Tripletta ai Golden Globe nella notte del 7 gennaio 2024, incetta di premi la settimana successiva agli Emmy Awards con sei statuette. Questi i riconoscimenti per la seconda stagione di The Bear, tutti nella categoria commedie. Ma di questo stiamo parlando? Mera commedia?

Partorita dalla mente di Christopher Storer, prodotta da FX e disponibile in Italia su Disney+, The Bear è la figlia, riuscita meglio, della società bulimica di contenuti enogastronomici.

Il pubblico televisivo sceglie, quasi ogni sera, di nutrirsi visivamente con prodotti enogastronomici da un palinsesto saturo dal quale attingere: cooking show, competizioni culinarie, missioni impossibili di rinascita, gare fra ristoranti, racconti della cucina in tutte le sue sfaccettature italiane e italiane all’estero.

In questo marasma però, c’è chi capisce come approfittare di questa pandemia per la stesura di sceneggiature affascinanti capaci di raccontare davvero il mondo dell’enogastronomia come nel caso di The Menu, il vendicativo horror culinario disponibile su Disney+ o proprio come The Bear.

Le due stagioni di The Bear.

La serie con protagonista un immenso e tormentato Jeremy Allen White, nei panni di uno chef sull’orlo della depressione – palesemente affetto dalla maledizione della giacca – che deve superare un lutto gravissimo, quello del fratello, nasce come una miniserie autoconclusiva a budget basso.

La prima stagione di The Bear salutava il pubblico con un finale perfetto e a tratti nolaniano, ma il successo inaspettato che ha travolto il prodotto e i personaggi ha spinto la produzione, come spesso accade con i prodotti con un forte seguito, a trovare un escamotage per la stesura della nuova sceneggiatura.

A differenza della stragrande maggioranza di questi casi però, la seconda stagione di The Bear è forse un prodotto migliore del primo pregno di realtà e contrasti, in pieno stile The Bear.

Seguiranno piccoli spoiler, volti solo ad aumentare la tua curiosità qualora tu non avessi ancora visto la serie. Se così fosse, corri a divorarla.

Carmy, protagonista The Bear
Carmy, protagonista The Bear

Antipasto.

Quella che nasceva come una miniserie autoconclusiva si è rivelata essere l’antipasto per la seconda stagione di The Bear. Ma di cosa parla questo prodotto tanto amato e discusso?

Le premesse con cui si apre la prima stagione sono quasi scontate.

La storia infatti racconta le vicende di Carmen – per tutti Carmy -, giovanissimo chef con una lunga carriera in ristoranti stellati e appartenente alla brigata di uno dei migliori ristoranti d’America – 3 stelle Michelin – fino a quando il mondo non gli crolla addosso a causa della scomparsa di uno dei suoi fratelli e si ritrova a dover gestire il ristorante/pub di famiglia male assortito.

La prima stagione si apre con un montaggio caratterizzato dalla velocità e dalla brutalità tipica del mondo quando crolla e non in maniera romantica, come nel finale di Fight Club, bensì con una frenesia che quasi toglie il respiro, 15 minuti – sui 28 totali del primo episodio – di pura adrenalina.

Ed è proprio questa frenesia, trait d’union fra l’animo del protagonista e l’ambiente delle cucine di quartiere, a far da padrona lungo tutta la prima stagione e ad opporsi alla calma e alla beatitudine tipica dei ricordi e degli stellati.

Primo.

Gli otto episodi, tutti ambientati fra le mura della cucina del “The Original Beef of Chicagoland”, sono volutamente stretti e concitati, caratterizzati da una fotografia “sporca” – paragonabile ai capolavori di Scorsese – che racconta la triste realtà della metropoli, non perdono mai di vista gli obiettivi:

  • l’elaborazione del lutto da parte di Carmy per il suicidio del fratello;
  • far riconoscere il pubblico nei personaggi portandolo ad empatizzare con loro.

La storia parte dalla diffidenza della brigata nei confronti di Carmy, eccezion fatta per Sydney, ultima arrivata in squdra. Piano si cominciano a scoprire tutti i membri della “famiglia” da Tina a Marcus passando per il cugino Richie, entrando a pieno nelle loro vite al punto di arrabbiarsi per scelte sbagliate e festeggiare insieme per i traguardi raggiunti.  

Il finale della prima stagione ha conquistato il cuore del pubblico pronto a partorire, solo nella propria immaginazione, il prosieguo della storia.

Poi il grande successo, la scelta di continuare la storia e un importante aumento di budget in contemporanea all’interesse degli addetti ai lavori hanno reso la seconda stagione di The Bear forse superiore alla prima.

Il cast, che nella prima era composto da attori non di spicco, viene sostenuto nella seconda da comparse di attori di rilievo in quelli che si rivelano essere, più che semplici camei, ma delle vere e proprie gemme di recitazione pura. Ne citiamo due su tutte: Jamie Lee Curtis e Bob Odenkirk, capaci di offrire una lezione di interpretazione magistrale in poco più di un’ora nell’episodio 6.

Trailer della seconda stagione di The Bear

Secondo.

La seconda stagione di The Bear racconta, ancor meglio della prima, in maniera spietatamente realistica il mondo enogastronomico, senza lasciare nulla al caso dall’escamotage per tenerla in piedi al finale di stagione.

È da subito chiara la voglia di abbattere le pareti della cucina, in tutti i sensi, per sfociare ancor di più non solo nella vita privata dei “cugini” – ndr. l’attività a gestione familiare viene portata avanti da tanti membri, di sangue e non, diventati tutti cugini – ma anche nell’evoluzione di ogni singolo personaggio.

La frenesia non manca, ma l’adrenalina da trincea si tramuta in stress preparatorio alla battaglia portando i ritmi a rallentare e consentendo al pubblico di approfondire quasi ogni singolo personaggio.

Da Sydney con il suo rapporto travagliato con il padre che sogna per lei un lavoro più sicuro – la serie tocca anche gli sviluppi ristorativi post-covid – a Marcus, il calmo e solare pasticcere che nasconde, non troppo in profondità, una vita affatto facile.  O ancora Richie che, senza un posto nel mondo, si ritrova a diventare il simbolo della cultura della formazione professata dalla stagione di The Bear.

Sullo sfondo, ben visibili come due elefanti in una stanza, due personaggi solo accennati nella prima stagione: l’alienazione e la famiglia.

La prima accompagna gli spettatori dal primo episodio della serie e in questa raggiunge un climax scritto, studiato e soppesato come un signature dish di uno chef tre stelle Michelin; la seconda, condensata nel sesto episodio “Pesci”, vale da sola il prezzo del biglietto.

L’episodio racconta in un flashback una cena della Vigilia di Natale di qualche anno prima; qui ritornano la frenesia e la voracità al punto che alcune inquadrature sono capaci di togliere il respiro. Se amate la settima arte non potete privarvi di questo episodio del quale “ogni secondo conta”.

Carmy in una scena del film
Carmy in una scena del film

Dolce.

Il finale della seconda stagione è tutto fuorché stucchevole e anzi, un sorriso appena accennato per la gioia viene subito smorzato da una chiamata persa che altro non può fare se non rattristare lo spettatore.

L’unica vera nota dolce di questo finale? La riconferma per una nuova stagione. E noi non aspettiamo altro!

© Riproduzione riservata

© Credits foto Disney +

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Laureato in Scienze Gastronomiche Mediterranee a Napoli, la storia d'amore di Antonio con il cibo e la cucina parte da molto lontano, quando da bambino inizia ad alimentare la vena culinaria. Coronato il sogno del "doppiopetto bianco" grazie alla formazione alberghiera, ha lavorato come aiuto cuoco in diversi ristoranti del salernitano. Coltiva sapientemente ogni passione, dalla cinematografia alla musica passando per la letteratura e la scrittura.

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